domenica 18 marzo 2007

Bologna, marzo 1977: io c'ero

(Post della memoria: molto lungo)

Da circa un mese si sono aperte le "danze" celebrative per il "1977".
Come per il "1968" il reducismo sembra farla da padrone, annegando nella nostalgia dei 20 anni, quel che invece fu una stagione fatta solo di violenza, sangue, devastazione, terrore.
Nel 1977 io avevo 20 anni, frequentavo (si fa per dire: all'università ci andavo solo per gli esami, era molto meglio studiare a casa) giurisprudenza a Bologna ed ero in pari con gli esami.
A febbraio avrei dovuto - in sessione straordinaria - sostenere l'ultimo esame del piano di studi del primo anno: Istituzioni di Diritto Romano.
Nel 1976 si erano svolte le elezioni politiche più incerte della storia dopo quelle del 1948 e prima di quelle del 2006.
Il 1968 aveva lasciato strascichi di violenza e di "gruppettari" extraparlamentari.
Nel 1974 il referendum contro il divorzio aveva visto una inedita coalizione, che andava dai liberali ai comunisti, prevalere su DC e MSI.
L'anno successivo, 1975, il PCI "sfondava" in regioni, province e comuni, grazie anche al collaborazionismo del PSI - sempre con i piedi in due staffe - e di settori del PSDI, PRI e PLI (la corrente di sinistra di Zanone che nel 1976 prese il potere nel partito conducendolo a sinistra: oggi Zanone è senatore ulivista in quota DS !!!).
In questo quadro la DC "tenne", recuperando sul 1975 e mantenendo a distanza il PCI.
Chi fallì fu invece il PSI e così, con il "pensionamento" dei vecchi leaders come De Martino, iniziò l'era Craxi.
A livello internazionale la metastasi comunista sembrava inarrestabile.
Gli Stati Uniti, dopo il Watergate e la ritirata vergognosa dal Vietnam, si erano chiusi in se stessi eleggendo nel novembre 1976 il peggior presidente che abbiano mai avuto: Jimmy Carter.
La crisi del PSI e l'impossibilità numerica di un governo centrista - stante la conventio ad excludendum nei confronti dell' MSI-DN che manteneva le sue posizioni introno al 6% - diede la stura alle più fantasiose masturbazioni di alchimia politica, il cui indiscusso protagonista fu Aldo Moro.
Ne uscì così un governo claudicante (sostituito poi nel 1978 dal governo della "non sfiducia") affidato a Giulio Andreotti.
Enrico Berlinguer sperava di portare il suo partito comunista al potere evitando gli errori di Allende che nel settembre 1973 era stato rimosso in Cile, lanciando il "compromesso storico", accettando la Nato come ombrello protettivo e trasformando il PCI in "partito d'ordine".
Un ordine che cercava di imporre anche nelle università e nell'insorgente mondo marginale che oggi apparterebbe ai centri sociali, no global e pacifinti.
Bologna era da sempre il "fiore all'occhiello" del PCI.
Una accurata operazione di marketing presentava la città felsinea come la meglio amministrata in Italia ed era l'epoca degli "autobus gratis".
E' bene ricordare che allora i deficit degli enti locali venivano sistematicamente coperti dal governo centrale, aumentando le tasse e l'indebitamento pubblico con l'emissione di valanghe di titoli di stato.
Così se è vero che a Bologna il PCI erogava servizi gratuiti, è altrettanto vero che lo abbiamo pagato tutti - e salato - con le politiche di rientro dal deficit pubblico degli anni successivi (e finchè ci sarà la sinistra al governo non sarà mai finito l'esproprio dei nostri risparmi).
E che le amministrazioni di Bologna non fossero poi quelle meraviglie che la propaganda comunista cercava di far credere, lo si è visto quando i comunisti, occupato il potere in centinaia di comuni, province e regioni e non avendo più la possibilità di scaricare gli oneri sul governo centrale, si sono adattati alla politica di tutte le altre amministrazioni, dando così ragione a Mariano Rumor che, in una tribuna politica, rispose all'esempio di Bologna, dicendo che "l'amministrazione comunista di Bologna poteva vantarsi di simili risultati solo perchè era inserita in un'Italia democristiana".
Bologna, quindi, vetrina del comunismo italiano e, come tutte le vetrine, l'ordine del partito era di dimostrare come, con il PCI, potesse essere garantito l'ordine pubblico.
E come Bologna tutte le altre città dove il PCI era riuscito a conquistare l'amminsitrazione locale.
Così il 1977 inizia con le turbative indotte da studenti svogliati, da ex sessantottini, dalla sinistra alla sinistra del PCI.
Ed inizia come nel 1968 con occupazioni di scuole e università.
Con scontri di piazza.
Con manifestazioni di violenza.
A febbraio 1977, dunque, in tale clima generale, avrei dovuto sostenere l'ultimo esame del piano di studi del primo anno dell'università.
Non ci riuscii.
Le continue occupazioni, oltre ed impedire le lezioni, impedivano anche gli esami.
La tensione, però non cessava.
La pressione aumentava.
In ogni parte d'Italia si susseguivano disordini, scontri.
Apparivano le prime armi in mano ai manifestanti.
La vetrina di Bologna si infranse.
L'11 marzo, l'ennesima manifestazione di violenti - anticipatori dei centri sociali, no global, pacifinti di oggi - che cercava di impedire l'agibilità politica in università agli studenti cattolici di Comunione e Liberazione venne affrontata - finalmente ! - dalle Forze dell'Ordine con cariche ripetute tendenti a disperdere i facinorosi.
I quali potevano contare su un'arma in più: la radio, Radio Alice divenuta famosa per "raccontare" in diretta gli scontri e, soprattutto, per consentire ai vandali di conoscere dove e come andavano dispiegandosi le Forze dell'Ordine, peraltro in numero insufficiente ad affrontare l'emergenza: non si pensava che Bologna la Rossa potesse sfuggire di mano al PCI.
L'11 marzo mio padre mi comprò la prima automobile e stavamo tornando verso casa quando i vigili urbani ci consigliarono di prenderla larga perchè "c'erano degli scontri e si poteva rovinare la macchina nuova".
Così facemmo.
Arrivati a casa dopo un giro tortuoso, imparammo che negli scontri un ventiseienne estremista di Lotta Continua era rimasto ucciso mentre aggrediva i Carabinieri.
Sembra di rivedere la scena che, 24 anni più tardi, portò al cimitero Carlo Giuliani.
Anche nel 1977 un gruppo di violenti pensava di affrontare le Forze dell'Ordine confidando nell'impunità.
Francesco Lorusso morì nella centralissima Via Mascarella.
Mi ricordo - ed è un peccato che oggi non vengano riproposti per intero gli articoli di quegli anni, invece di inondarci di commenti reducisti - che il quotidiano della mia città, Il Resto del Carlino, descriveva l'arrivo di Lorusso in ospedale.
Mi è rimasta impressa la descrizione dell'estremista sulla barella e, mentre i portantini correvano verso la rianimazione, un cubetto di porfido usciva dall'eskimo e cadeva sul pavimento dell'ospedale ...
E accosto ancora di più la figura di Lorusso, Lotta Continua, a quella di Giuliani, no global.
Il primo che lanciava cubetti di porfido, il secondo estintori.
Entrambi hanno fatto la stessa fine.
Entrambi nel loro ambiente vengono considerati "martiri" ed "eroi" mentre noi, nel nostro, li consideriamo nulla più di come si possono considerare due che usano violenza nei confronti del prossimo e siamo totalmente, senza "se" e senza "ma" dalla parte delle Forze dell'Ordine.
Di quell'11 marzo 1977 mi ricordo ancora le telefonate con una cara amica che abitava in centro e che vedeva dalla finestra gli scontri e il fumo dei lacrimogeni.
Gli scontri continuarono anche nella notte e in mattinata del 12, quando la Polizia chiuse Radio Alice.
E mi ricordo quindi di un vicino di casa recentemente scomparso, amico di famiglia e consigliere regionale del PSDI, con il quale, per il terrore di mia madre, mi avventurai a piedi per percorrere quei 5 chilometri che mi separavano dalla zona universitaria per "renderci conto di cosa succedeva".
Arrivati in zona all'incirca alle 10 di sera, l'ordine imposto dagli autoblindo di Cossiga, arrivati in tutta fretta dalle città vicine e anche da Padova, era ripristinato.
Piazza Verdi , cuore della zona universitaria - per arrivarci dovemmo esibire per ben tre volte i documenti e dubito che mi avrebbero lasciato passare se non fossi stato in compagnia di un politico regionale - non l'ho mai vista così tranquilla e pacifica come la sera del 12 marzo 1977, con tutte le autoblindo schierate e l'università ripulita dalla feccia rossa.
Il 1977, come il 1968 non è da celebrare, solo da ricordare come uno degli anni bui della nostra storia.
Quelli che scatenarono la guerriglia a Bologna non furono altro che l'altra faccia (o la stessa ?) delle brigate rosse che l'anno successivo rapirono Aldo Moro, uccidendo la scorta e poi trucidando il politico democristiano, innescando quegli "anni di piombo" e pescando dagli ambienti dell'estrema sinistra la manovalanza per le loro infami azioni terroriste.
Non c'è nulla di buono nel 1977 (e nel 1968) ad eccezione dell'età che avevamo allora.Il ripristino dell'ordine avvenne manu militari, anche se poi, spaventati dal coraggio avuto, non si continuò sulla strada virtuosa della repressione e si preferì puntare sui tradimenti e sui pentiti, con il risultato che i colpevoli di allora oggi sono liberi, fanno conferenze nelle stesse università che hanno devastato, sono parte delel istituzioni e, in buona sostanza uccidono una seconda volta le loro vittime, violentando, con la loro sola presenza libera, la memoria di chi cadde per colpa loro.
L'esame di Istituzioni di Diritto Romano riuscii poi a sostenerlo a fine marzo.
L'automobile nuova mi accompagnò fino all'8 giugno 1993.

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Pubblicato in Blacknights al link di cui al titolo, in data 9 marzo 2007.